martedì 12 febbraio 2008

Petra,quanto mi manchi -parte terza-

Inizio febbraio 2005.
Per caso ero a Torino e stavo per rientrare a Luserna, ove abito, quando mi arriva una telefonata dal Centro Scavi.
Benedetto cellulare!!!!
Sfreccio come una scheggia fino all'altro capo della città, dove si trovava all'epoca il Centro Scavi, e qui ho un abboccamento con i responsabili della già avviata missione in Giordania che mi chiedono se sono interessata ad andare ad Amman per due settimane per fare riprese di materiale sequestrato al confine Iraqueno-Giordano.

Carponi ci sarei andata anche aggrappata al carrello dell'aereo: mi piace viaggiare, muovermi, anche per andare a lavorare, anche per fare dei tour de force.

Esattamente 8 giorni dopo ero sull'aereo in compagnia di Robertina, la mia "archeologa" con cui avrei dovuto lavorare e che avrebbe dovuto sopportarmi.

Ad Amman erano in corso due distinti progetti.

Il primo riguardava la formazione professionale di giovani restauratori in forza presso il gabinetto di restauro della Soprintenza iraquena, con la loro direttrice, ospitati ad Amman per ragioni di sicurezza, mentre il secondo consisteva nel fotografare, schedare e studiare dei reperti confiscati al confine con l'Iraq. Un Jordan B.R.I.L.A. insomma.

Dall'Italia erano arrivati esperti con l'incarico di curare la formazione di questi giovani a cui, credo, non sembrava vero l'essere ospitati in un contesto diverso da quello in cui, quotidianamente, erano costretti a vivere.

Le lezioni, pratiche e teoriche, erano tenute da restauratori provenienti da Roma e da Torino e supportate da interpreti in lingua araba.

Per quanto riguarda i reperti confiscati, una parte della documentazione fotografica era già stata eseguita, in digitale e in luce ambiente, mentre, per la pubblicazione c'era il bisogno di foto più professionali.
Ecco il motivo per cui mi trovavo ad Amman.

Ogni mattina ci recavamo presso un complesso di edifici che comprendevano sia i locali adibiti
a gabinetto di restauro e studio del materiale confiscato, sia i magazzini in cui erano conservati reperti archeologici di ogni genere genere, mirabilmente conservati.
Non posso dire di più in quanto non ho potuto vedere altro che non fosse inerente a ciò che dovevo fotografare.

Mi attendeva una grossa quantità di menete, circa 350, oltre a terrecotte , vetri, tavolette cuneiformi, da fotografare una per una, dritto e verso, e devo dire che l'inizio non fu dei più brillanti.
Avevo perso la mano a fotografare le monete, e la mia digitale aveva delle limitazioni in quanto non mi permetteva di avvicinarmi a più di 10 cm. Riuscii a fotografarle con varie prove, ma il risultato , anche a distanza di tempo non mi soddisfa ancora, anche se fu accettabile.

Mi ricordo che faceva un freddo terribile e non mancò nulla dal punto di vista metereologico.
Pioggia, vento e neve ci deliziarono per alcune mattine e, anche se cercavamo di scaldarci con alcune stufette, io lavoravo col cappotto.
Per fortuna, dopo qualche giorno mi trasferii con la mia attrezzatura nei locali dove avveniva lo studio dei reperti e la vista di lunghissimi termosifoni mi illuminò e rincuorò.

Sistemato il piano d'appoggio, il fondale, di solito azzurro, e le luci , mi accinsi a fotografare gli oggetti più interessanti che avessi mai visto, Vetri decorati, diversi da quelli che avevo fotografato a decine durante le missioni a Bagdad, caraffe ornate da incisioni recanti croci e figure di santi e sagomate in modo che ogni lato avesse una decorazione, una effigie diversa. Terrecotte che fotografai di fronte, lato destro, sinistro, retro e particolari del volto, quando mi sembrava che ne valesse la pena.
Mi sfrenai, insomma.
Se quelle figure avessero potuto respirare avrei fotografato anche le nuvolette di fumo uscite dalla bocca, senza contare il fatto che ero e sono convinta che l'archeologo , non potendo, in seguito, avere l'oggetto sottomano avrebbe pototo ricorrere alla focumentazione fotografica.
Ma...... con la schedatura computerizzata il lavoro risultava più lungo e complesso.
Mi capitò anche un incidente di percorso, infatti un pinax, cioè una piccola tavoletta votiva, fortunatamente una copia, cadde per terra mentre la fotografavo.
Fu prontamente restaurata e, comunque, il direttore del magazzino ne fu informato.

Ci recavamo al lavoro al mattino verso le 9 e rimanevamo fino alle 15, mi pare, grazie alla gentile concessione del direttore stesso che ci permetteva di lavorare oltre al normale orario d'ufficio.
Per quanto riguarda il pranzo ci portavamo dello yogurt e della marmellata Hero che avevo trovato nel supermercato dietro all'albergo. Poi qualcuno di noi andava ad acquistare delle deliziose focacce che tagliavamo a spicchi e il tutto spariva in un baleno.
Come diceva Robertina, con quel tipo di pranzo non sarebbe stato difficile dimagrire.

Finito il lavoro, spesso, prima di tornare in albergo facevamo delle puntate presso i negozi che ci erano stati suggeriti da un'altra archeologa che ad Amman ci viveva e che ci forniva indicazioni, mappe e tutte le delucidazioni necessarie, quando non poteva accompagnarci di persona (grazie ancora, Ali ( che sta per Alessandra).
Amman, che è a 900 metri, e questo poteva far comprendere perchè, pur essendo in paese mediorientale facesse così freddo, non mi piaceva molto probabilmente perchè non la conoscevo.

Non mi piaceva perchè forse non c'erano i suq?
Negozietti carini e cari ce ne erano però, ed io riuscii comunque a portare a casa parecchie cose interessanti per la gioia di parenti ed amici. Qui sotto ce n'è un esempio.
Avrei voluto comprare tutto anche perchè era talmente ben struttarato e tutto era cosi ben esposto che invitava allo shopping più sfrenato!!

L'albergo era veramente confortevole.
Ognuno di noi aveva a disposizione una suite e, gioia delle gioie, un televisore che trasmetteva Rai 3. La domenica però era una rottura in quanto quell'unico canale trasmette una marea di sport,ma
avevamo però la consolazione di sapere cosa accadeva in Italia e anche all'estero e, giusto il 14 febbraio, seppi dell'uccsione di Rafik Ariri, l'inizio dei guai per il Libano.
Mammazan cucinava anche lì per sè, per Robertina e per Enrico, il nostro resturatore. Ci riunivamo tutti da me: una pasta c'era sempre , della verdura anche e tutto quello che il supermercato dietro all'albergo poteva offrire.
Ad onor del vero Robertina si offriva di lavare sempre i piatti.

Devo descrivervi la "mia Archeologa".
Ma lo farò la prossima volta.









giovedì 7 febbraio 2008

Gianni Vattimo

Vi è mai capitato di associare un colore , un profumo, una persona ad un evento gradevole o meno?
A me è capitato poco fa.
Girellando tra le reti televisive , quasi per la disperazione , mi sono sintonizzata su La 7, che è tra i canali che preferisco, e chi ti vedo?
Oltre al gradevolissimo Alain Elkan c'era anche il professor Gianno Vattimo anche lui molto attrente, forse qualche anno più di me ma moooooolto ben portati.
Ebbene io l'ho conosciuto di persona ed ora dirò come.
Era il lontano 1967 e, finalmente, dopo 5 anni di attesa mi accingevo a fare il concorso per essere qualificata tecnico fotografo. Fino ad allora avevo comunque svolto quelle mansioni con la qualifica di bidella in quanto il posto non c'era e, finalmente, dopo tanto tempo il mio direttore riuscì ad indire il concorso in modo da regolarizzare la mia situazione.
Allora la sede dell'Istituto di Archeologia e di Filosofia era situata in Via Po 18 e ricordo ancora il professor Guzzo, titolare della cattedra di Filosofia. Era un ometto piriforme, molto curato ed elegante, ma, soprattutto, ricordo quella volta che io, ventenne, volli cedergli il passo per farlo entrare per primo in bibloteca in segno di rispetto.
Egli si fece di lato e, facendomi passare, mi disse:" Signorina, io sono nato il secolo scorso".
Non era solo galanteria era buona educazione e rispetto per le donne .
Allora Gianno Vattimo, che conoscevo poco, era l'assistente del Prof. Guzzo e lo ricordo ancora mentre mi salutava sorridente, gentilissimo, biondo, elegante e bellissimo sulle scale che portavano al mio gabinetto fotografico. Faceva parte della commissione che doveva presiedere al mio concorso.
Ebbene quando sento il suo nome lo ricordo così.


mercoledì 6 febbraio 2008

Petra, quanto mi manchi-parte seconda bis


Desidero ricordare che ero stata appena scaricata da un taxi in una via sconosciuta di Bagdad e non sapevo dove andare.
Mi sentivo veramente come una povera tapina e la borsa in coi avevo le foto bagnate delle stampe fatte in Istituto e che, una volta a casa, avrei dovuto stendere per farle sciugare cominciava a pesare sempre di più.
Decisi di telefonare a casa, sperando che il nostro cuoco, Ghiliana, potesse aiutarmi.
Ricordavo infatti che egli mi aveva detto: "Every shop has telephone".
Entrai in ogni negozio che si affacciava sulla strada, facendo la fatidica domanda in arabo:" Tilifon aku? (C'è il telefono?) e la risposta fu invariabilmente: "Maku"(Non c'è).
Una sottile ansietta cominciò ad insinuarsi in me.
Scorsi allora alla fermata di un autobus due gruppetti, uno costituito da ragazzette in divisa scolastica (scamiciato nero e camicetta bianca) che, come avviene in tutto il mondo, ridacchiavano tra di loro mentra guardavano con grande interesse due ragazzi anche loro studenti.
Puntai senza tema verso gli studenti valutando le ragazze troppo stupide per darmi ascolto.
I due giovanotti stavano chiacchierando tra di loro, ma interruppero la loro conversazione quando mi avvicinai. Uno dei due, pur non capendo del tutto il mio inglese, fu convinto da me a cercare un posto telefonico per fortuna non distante, a telefonare a casa e, grazie alle i
nformazioni fornitegli da un ringhiante Ghiliana, fermò un taxi al cui autista disse dove portarmi.
Lo ringraziai veramente con calore e questi ritornò dall'amico con cui stava conversando.
Questi sono gli arabi! Gentili e disponibili.
Mi capitarono altri tipi di tassisti, come ad esempio uno che dopo mezz'ora di corsa, tanto ne occorreva per tornare a casa dall'Istituto, non volle pagarsi, ed un altro particolarmente ciarliero che mi disse che aveva lavorato con una compagnia a Milano e alla mia domanda che cosa gli era piaciuto di più, mi rispose senza tema:" The girls".
E poi mi chiese, sempre in inglese: " Ma voi cosa mangiate per essere così belli?"
I due mesi a Bagdad passarono velocente.
Lavoravo al museo quasi tutti i giorni e a forza di fotografare innumerevoli frammenti di avorio riuscii a finire la scorta delle pellicole.
Ma la città aveva delle risorse incredibili, vi si poteva veramente trovare di tutto; così potei trovare in un quartiere di negozi specializzati in materiale fotografico , quello che mi serviva.
Ebbi anche l'emozione di stampare le foto su della schifosa carta cinese.
Poi cominciai a fotografare le terrecotte sugli scavi e lì si presentarono altri problemi con la luce che andava e non veniva in quanto il generatore per partire aveva bisogno di gasolio e il personale che avevamo non voleva andarlo a chiedere alla famiglia che ce ne poteva dare in quanto c'era della ruggine. Ci vollero le vibrate proteste delle archeologhe per convincerli ad andare a chiedere il carburante.
Riuscii nonostante questo inconveniente ed altri ,come ad esempio le prese di corrente che non funzionavano, a fare tutte le riprese.
Sullo scavo comunque non si stava male, a parte il fatto che il cuoco era sporco e il frigo , a volte sembrava la tomba degli avanzi. Avevamo il telefono, impostoci dal nostro ambasciatore per la nostra sicurezza.
Potemmo fare quindi telefonate a Bagdad e fare e ricevere costosissime telefonate dall'Italia.
Mi tremano ancora i polsi al ricordo delle bollette Telecom che arrivarono per parecchio tempo.
Ci fu anche il lato godereccio della missione.
L'invito a cena sullo scavo da parte delle guardie che sorvegliavano il campo, con una cena servita per terra su una lunga tovaglia di palstica a cui seguirono canti da parte dei nostri ospiti e da parte nostra, mentre le loro donne, che avevano preparato la cena ci sbirciavano dall'esterno.
L'invito a casa dell'ambasciatore italiano.
L'invito a casa dell'ambasciatore greco dove tutti ballarono il sirtaki e dove una efficientissima governante, tra l'altro, leggeva i fondi di caffè.
L'invito a casa nostra dell'ambasciatore italiano scortato dai carabinieri che venivano da Kabul, a cui non sembrò vero di arrivare in un'oasi di pace (non immaginavano quello che sarebbe successo di lì a 5 mesi) e di trovare tante belle ragazze.
In quell'occosione ognuno di noi preparò un piatto particolare: Eleonora, la ragazza siciliana cucinò una pasta profumatissima. Paolo il nostro "capo"delle polpettine agrodolci, io preparai del ragù e il nostro cuoco preparò, ringhiando degli ottimi gnocchi.
C'era anche tra gli invitati l'ambasciatore tedesco, un gran signore che, a differenza del nostro che, quando veniva, portava soltanto se stesso, arrivò preceduto dal suo autista carico di beveraggi.
Ci furono i blitz nei vari suk dove comprammo tutto quello che era possibile comprare e stivare in valigia con contrattazioni lunghe ed estenuati. Ero sempre io che accompagnavo le ragazze che ,essendo palesemente straniere e molto graziose attiravano gli sguardi e non solo dei maschietti locali.
Il dinaro iraqueno era diventato ormai carta straccia.
Ai tempi delle missioni un dinaro valeva 3 dollari e con 350 dinari si poteva fare la paga settimanale degli operai degli scavi.
Ora un dinaro valeva una lira ed uscivamo dai negozi, dove si poteva fare il cambio, con sacchetti di plastica nera tipo quelli della spazzatura, ma più piccoli, pieni di banconote da 250 dinari l'una. Un'impresa solo a contarli.
Scoprimmo un negozio dove trovammo ceramiche locali dal caretteristico colore verde-azzurro e con deliziose scritte in arabo che credo sia la lingua scritta più bella, armoniosa e decorativa che esista e tutti ne comprammo in quantità industriali; andammo in un edificio dove venivano venduti all'asta tappeti persiani, guide curde che avremmo potuto acquistare veramente per poco: ancora oggi, credo parecchi di noi si mangiano le mani per non aver potuto comprare nulla
proprio per via del trasporto.
Per tornare al tema principale di queste puntate, tutti eravamo intenzionati , alla fine della missione , ad andare a Petra una volta giunti ad Amman.
Il nostro capo missione aveva portato con sè del denaro destinato ad almeno due o tre viaggi nascosti nella cintura del viaggiatore. Questa fu per me una rivelazione: era infatti una cintura di pelle normale ma, all'interno, si potevano nascondere dei denari grazie ad una cerniera lunga quanto la cintura stessa, che una volta aperta li poteva agevolmente contenere.
Alla fine nesuno ebbe più voglia di andare a visitare questa benedetta Petra, un pò perchè costava caro, un pò perchè aveva voglia di tornare a casa , quindi non se ne fece nulla.
Non potevo io da sola andarci: eravamo un gruppo e quindi in gruppo dovevamo tornare.
E così avvenne.



giovedì 31 gennaio 2008

Petra quanto mi manchi!!!-parte seconda




Tutti ricorderanno cosa successe l'11 settembre 2001 e quanto Bush si fosse convinto dell'esistenza in Iraq di pericolose armi di distruzione di massa nascoste chissà dove e, come fu poi verificato, mai trovate.
Ebbene per il Centro Scavi di Torino l'effetto immediato fu che il sogno vagheggiato di ricominciare gli scavi a Tell Omar rimanesse tale.
Mi dissero che alla fine di quell'anno una missione di studio andò comunque in Irak per lo studio, appunto, e la catalogazione delle ceramiche e che queste, una volta studiate, catalogate e custodite nella memoria dei computers vennero poi sepolte in una buca sullo scavo e sopra essa fu fatto passare un trattore. I funzionari della soprintendenza iraquena non le volevano nei loro magazzini.
Nel 2002 fu organizzata una seconda missione di studio.
Ricordo ancora la riunione che si fece in Dipartimento e il folto gruppo di studenti che vi doveva partecipare, i discorsi, le raccomandazioni che il capo della missione fece a coloro che in Iraq non erano mai andati, su cosa fare e soprattutto sugli atteggiamenti da non assumere una volta sul luogo specie per l'abbigliamento femminile.
La situazione politica non era per nulla buona e noi tutti eravamo molto indecisi se andare o meno.
Il nostro "portavoce" comunicò le nostre perplessità al Direttore Prof. Gullini, che purtroppo ora non c'è più e che io ricordo con grande affetto e gratitudine per tutto quello che mi ha insegnato, e fu violentemente tacciato di codardia.
Partimmo comunque. La missione doveva durare 2 mesi e noi portammo nelle nostre valigie ,oltre ovviamente ai nostri effetti personali, anche materiali di studio, carte fotografiche , pellicole, sviluppi, una valanga di roba insomma.
Il numero degli studenti partecipanti alla missione fu ridotto a quattro, quattro belle ragazze che arrivarono a Bagdad quasi tutte con l'ombelico di fuori!!
Partimmo il 13 ottobre 2002 ed io festeggiai in viaggio il mio sessantesimo compleanno, senza uno straccio di torta, ahimè. Il viaggio d'andata fu fatto interamente in aereo, ad Amman proseguimmo per Bagdad con un costosissimo volo sull'Iraqi Airways e una volta arrivati a destinazione proseguimmo direttamente per lo scavo perchè nella residenza di Bagdad non c'era posto per tutti.
La sistemazione era buona anche perchè Paolo ed Enrico, rispettivamente capomissione e ottimo restauratore si erano prodigati per renderla tale.
Ricordo ancora che alloggiavo in una graziosa camera singola all'esterno della quale, sotto la mia finestra , dormiva e russava una guardia armata di moschetto per la sorveglianza notturna.
Le missioni di studio erano due: una si doveva occupare degli avori di Nimrud da studiare al museo di Bagdad e l'altra delle terrecotte da catalogare e schedare sugli scavi.
Dovendole documentare entrambi io dovevo dividermi tra Bagdad e lo scavo trascinandomi dietro le mie macchine fotografiche (allora non avevo ancora la mia adorata Canon).
I problemi al museo di Bagdad erano rappresentati dal fatto che ci davano i reperti da studiare col contagocce, se li davano, e non potevamo dire nulla. Alla fine scoprimmo che regalando ogni mattina un pacchetto di sigarette ad un vecchio magazziniere potevamo aggirare l'ostacolo.
I reperti erano tanti, tanti frammenti d'avorio decorati con incrostazioni sagomate di lapislazzuli, disegni vari, finemente incisi, una meraviglia! Era un lavoro bello, mi piaceva farlo e se potessi averne l'occasione lo farei ancora.
Ma il mio lavoro non finiva lì.
Una volta uscite dal museo, alla fine dell'orario e cioè verso le 14, le ragazze venivano riaccompagnate agli scavi mentre io venivo depositata all'Istituto Italo-Iraqueno dove sviluppavo e in seguito stampavo il frutto del mio lavoro del mattino. In quelle occasioni rimanevo a dormire nella residenza cittadina.
Ma il mio problema, almeno all'inzio era costituito dal dovere prendere un taxi e spiegare al conducente, che spesso non parlava altro che l'arabo, dove mi doveva portare.
A Bagdad non ci sono vie nè numeri sui portoni delle case ma quartieri è come se uno salisse su un taxi e dicesse al conducente: "Mi porti alla Crocetta o a Mirafiori".
E così mi ero scritta su un quadernino il nome del quartiere , oltre al numero telefonico di casa, non si sa mai, e avevo localizzato dei punti di riferimento, ad asempio un muro di recinzione o un ritratto di Saddam in modo da poter dare indicazioni precise al conducente.
Purtroppo i tassisti per non perdere la corsa dicevano di sapere qual'era il quartiere senza sapere assolutamente dove poterva trovarsi.
E così una sera beccai proprio uno di quelli.
Costui mi portò a dire il vero abbastanza vicino, ma prese una scorciatoia, girò prima insomma, ed io non riconobbi più i luoghi.
Avevo voglia a dirgli che doveva esserci una ritratto di Saddam sulla sinistra mentre lui mi rispondeva che era pieno di ritratti a sinistra e a destra.
Alla fine abbastanza seccato mi scaricò proprio così mi fece scendere e se ne andò.
Io non sapevo assolutamente dove mi trovavo e cominciava a fare buio.

venerdì 25 gennaio 2008

Petra, quanto mi manchi!!!-parte prima


Credo che a poche persone sia capitato di andare ad Amman, Giordania, tre volte in cinque anni ed essere riusciti a non visitare Petra.
A me è successo.
La prima volta, nel 2001, molto probabilmente non sarebbe stato possibile in quanto pernottammo una sola notte ad Amman, presso l'Istituto Italo-Giordano. Dico pernottammo in quanto il mio gruppo era composto da 5 archeologi ed da me, fotografa, e la nostra destinazione era Bagdad verso cui proseguimmio a bordo di 2 enormi gipponi.

1200 kilometri di deserto su strade piuttosto buone .
Due soste, la prima al punto di controllo giordano, la seconda a quello iraqueno distanti poco più di due kilometri l'uno dall'altro.
Registrazione sui nostri passaporti dei computers e delle macchine fotografiche ( io avevo le mie due: la mitica Mamya RB76 e la Nikon che da sole mi occupavano un trolley da cabina).

Lo scopo del nostro viaggio era duplice: una parte degli archeologi aveva il compito di riorganizzare le case che avevamo sia a Bagdad che sullo scavo, distante 60 km. , per essere in grado di riprendere gli scavi, interrotti nel 1991 all'epoca della guerra del Golfo.
Il secondo gruppo, composto da un archeologo e dalla sottoscritta era legato al progetto B.RI.L.A.
Questo acronimo sta per Bureau for Recovering and Investigation Iraqi Looted Antiquies (si può visitare il sito legato a questo progetto, molto ben illustrato).
In poche parole mancavano all'appello almeno 3500 reperti rubati, spariti o semplicemente dislocati in altri musei del paese. La loro sparizione non era però legata all'evento bellico.

Il mio compito consisteva nello stampare i negativi degli oggetti mancanti, foto che venivano poi scannerizzate e inviate in Italia ad una sezione dei carabinieri e all'Interpol per controllare se questi reperti erano apparsi nei circuiti del mercato clandestino.
E in un mese ne ho stampata una valanga, in condizioni non sempre ottimali, spesso al freddo ( a Bagdad a febbraio fa abbastanza frescolino) con un ingranditore fermo da almeno 15 anni e mezzo arrugginito.

Ma la cosa più bella, come al solito, dopo il lavoro, era andare al suq, ritrovare i vecchi rivenditori nel suq del rame che, dopo 25 anni si ricordavano ancora di me. e acquistare tante deliziosi oggetti che mi facevano sbavare come una lumaca.
Quando ho dovuto far entrare tutto nella valigia, non sbavavo più, ma mi venivano solo sudori freddi.

Finito il lavoro, e posso assicurare che bisognare veramente darsi da fare perchè i tempi erano stetti, la data della partenza si avvicinava e tutto doveva essere finito e consegnato alle autorità competenti, abbiamo ripreso la strada del ritorno sempre via terra.
Petra era un nome che mi accarezzava le orecchie, ma non era ancora un rimpianto.
La foto che orna questo post è stata scattata nell'albergo di Amman dove abbiamo soggiornato nel 2005, ed è un pannello di terracotta sistuato nella sala da pranzo.

sabato 19 gennaio 2008

I buoni propositi

Quando ero piccola, all’inizio dell’anno nuovo, ero solita formulare dei buoni propositi del tipo: sarò più buona (leggi più ubbidiente), anche se solitamente non ero una carogna, studierò di più, anche se mi facevo sempre un mazzo sui libri e andavo bene a scuola, non risponderò più ai miei genitori, questo sì (ma non è che li prendessi a parolacce, solo ogni tanto una risposta un po’ strafottente, altrimenti mio padre mi avrebbe steso come un tappetino) e così via.

Mi chiedo se ai giorni nostri qualcuno si impegni spiritualmente nel formulare dei buoni propositi e me lo chiedo perché da come vanno le cose credo sinceramente che ciò non avvenga più o, almeno, in misura minima.

Sarà cambiata l’educazione e quindi la famiglia?

Sarà cambiata la società?

Saranno cambiati l’ambiente di lavoro o di studio e il rapporto con il nostro prossimo?

Invecchiando ho imparato tante cose e, sicuramente, non ho finito.

Non ho finito di meravigliarmi di quanto la gente sia maleducata, arrogante, pressappoco, di quanto sia forte il senso dei propri diritti e trascurata la coscienza dei propri doveri.

Ci sono cose elementari da ricordare come ad esempio che ad ogni azione corrisponde una reazione e qui è d’obbligo essere più chiari.

Leggevo pochi giorni fa, sul quotidiano La Stampa, che due ragazzi e una ragazza, per fare uno “scherzo” ad un loro amico avevano creato un blog in cui sostituendosi all’amico stesso e scrivendo in prima persona , mandavano in rete dei post in cui venivano svelati i suoi gusti , le sue tendenze e, non paghi di ciò, anche il suo numero di cellulare per eventuali contatti telefonici.

Un bel giorno l’ignaro ragazzo ricevette una telefonata in cui l’interlocutore gli chiedeva un appuntamento per un incontro, precisando già che sapeva quali erano le sue preferenze.

Per fortuna la madre del giovane, prontamente, fece una denuncia ai carabinieri i quali, grazie alla polizia postale, scoprirono che la cosa andava avanti da almeno sei mesi, e anche e soprattutto chi erano gli autori dello scherzo i quali si mostrarono meravigliati per tanto clamore, ribadendo che il loro era appunto uno “scherzo”.

Le conseguenze sono state abbastanza pesanti in quanto ai ridanciano autori del blog sono stati contestati vari capi d’imputazione e spero che se non andranno in galera rimanga qualche traccia sulla loro fedina penale e al ragazzo sono costati mesi d’inferno duranti i quali non ha avuto il coraggio di uscire di casa per la vergogna, e la perdita dell’anno scolastico.

Purtroppo ci sono tanti, troppi casi di cattiveria gratuita, in casa , per strada, in ufficio, tante occasioni in cui se possiamo fare i furbi cercando di fregare il nostro prossimo ci sentiamo gratificati.

Concludo dicendo che per quattro giorni che dobbiamo vivere su questa terra vale la pena di essere così miseri, cattivi e poco generosi?

lunedì 7 gennaio 2008

Duemilaotto

Ce l’abbiamo fatta!!!
Siamo sopravvissuti alla sindrome prenatalizia, alla corsa più o meno sfrenata per l’acquisto dei regali, alle decorazioni della casa, agli addobbi più o meno ricchi e fastosi, a seconda dello stato d’animo e delle circostanze.
Io, per esempio, ho infiocchettato un po’ casa mia per poi trasferirmi velocemente in paese a causa della neve.
Per quei pochi che non lo sapessero abito in collina e la neve per me è un trauma in quanto rende le strade impraticabili e quindi, come ogni inverno (questo è ormai il 5°) mi trasferisco in paese, ho quindi raccattato il più possibile e ho inaugurato la mia casa invernale. Casa molto confortevole quest’anno, ben attrezzata, che mi ha consentito di preparare senza difficoltà il pranzo di Natale.
Come al solito ho preparato troppo e lo dovrò tenere a mente, se ci riesco, per l’anno prossimo.
La cosa insolita di questo Natale e dei giorni che sono seguiti è che, a parte me, sono stati tutti malati: mio figlio. la sua ragazza (a dire il vero sono arrivati a casa già compromessi da una fastidiosa sindrome influenzale che ha interessato praticamente tutti) poi mia figlia che ha saltato addirittura il pranzo, il suo ragazzo , mio marito e perfino mia madre, tant’è vero che ho suggerito di andare a Lourdes.
C’è stato lo scambio dei regali alcuni veramente belli, altri beh…. lasciamo perdere.
Comunque è andata e si sono rimessi tutti alla grande per il Capo d’Anno festeggiato a Milano, a Torino, ad Avigliana in casa e tranquillamente.
Io poi mi sono tirata a lucido cercando di mimetizzare una parte delle mie primavere, riuscendoci abbastanza.
Ero circondata da giovani più o meno sulla trentina, amici della figlia della mia ospite e, nonostante la lucidatura ,mi sono sentita un po’ vecchia quasi senza prospettive interessanti, mentre tutti gli altri ragazzi li sentivo alle soglie della vita, quella bella, piena di promesse, una vita insieme da continuare, una casa acquistata o da acquistare, la prospettiva di allargare la famiglia.
Ma quello stato d’animo è durato veramente poco.
Abbiamo cominciato a mangiare, ognuno aveva portato una quintalata di roba, a bere (gli altri con maggiore o minore moderazione) e poi c’è stato il Karaoke durante il quale mi sono svergognatamente esibita con la mia voce da mondina insieme alla mia amica (57 anni) cantando a squarciagola da sole o con altri quattro o cinque di quei trentenni di cui sopra, che usavano i cucchiai di legno o altri utensili a mò di microfono. E a mezzanotte i fuochi d’artificio ammirati sui bordi di una bella piscina e come panorama notturno i laghi di Avigliana che risplendevano di mille colori.
Bello.