martedì 18 marzo 2008

L'insostenibile leggerezza della pubblicità

Il titolo mi piaceva, non so quanto possa essere azzeccato con quanto andrò a dire.

Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa dopo che ho visto i due ultimi spot della Tim.

Assolutamente geniali.

Belli.
Godibili.
Azzeccati.

Musica che si ricorderà quasi in eterno, allegra, e quanto abbiamo bisogno di allegria!!, orecchiabile, magari la canteremo sotto la doccia forse senza ricordarci che accompagnava la pubblicità della Tim .......o forse no?

E i protagonisti che si piegano a forma di cellulare o i personaggi mignon che scaturiscono e poi si richiudono nei vari portatili?

Quando creeranno un premio Oscar (o forse c'è già?) per questi geniali creatori di immagini, di sensazioni, che in 15' o al massimo 30' riescono a raccontare una storia con tanto di filosofia commerciale e ti catturano e ti spingono a romperti una gamba dalla fretta per recarti al negozio o centro commerciale più vicino per accaparrarti l'oggetto senza il quale non potresti più vivere?

In passato ho letto che c'era un formaggio "Camoscio d'oro" la cui vendita aveva subito una notevole flessione.

Bene con una buona campagna pubblicitaria la vendita del prodotto è aumentata notevolmente.

E che dire di Chanel N.5 la cui vendita è , dopo lo spot con la Kidman, aumentata del 17% registrando l'acquisto anche da parte di ragazze giovani?

Io non amo molto le interruzioni pubblicitarie, durante i films soprattutto, e gemo già al decimo spot sapendo che ce ne saranno almeno altri 7 o 8.

Ma ci sono stati degli spot che erano e sono talmente belli e ben fatti, delle genialate insomma, che , indipendentemente dal prodotto che proponevano e che non mi interessava, mi spingevano a smettere di fare ciò che stavo facendo per andarlo a rivedere. Quasi ogni volta.

Quasi da vergognarsi.

E l'ultimo spot della ENI?

Una tenerezza unica.

Mi fa venire in mente i libriccini di favole che regalavo ai miei bambini con le immagini che magicamente si sollevavano dall'interno pagina e creavano suggestive illusioni.

E quella macchina che si trasforma nel robot che balla?

E quei musicisti che suonano con pezzi di macchina?

Bene io non ricordo che tipo di macchina fosse pubblicizzata, ma la piccola, grande opera d'arte sì.

Sarà forse perché vedo con gli occhi di fotografa?




domenica 16 marzo 2008

E via a tutto blog!!!!

Fra qualche mese il mio PC festeggerà 4 anni.

Come ho raccontato in un precedente post, all'inizio, ho avuto parecchi momenti di smarrimento, conditi a diffidenza nei confronti della scatola nera che racchiudeva tante possibilità e tanti problemi.

Pian piano li ho in parte superati, ma di stronzate ne faccio ancora.

I miei figli non mi credono quando racconto loro che io non ho fatto nulla mentre mi spariscono i files e le immagini si annidano in cartelle sconosciute che non so più dove andare a cercare.

Mio figlio mi rincuora dicendomi che, quando tornerà da Milano, mi sistemerà tutto salvo poi a ringhiare e non tanto sommessamente, dandomi della pasticciona e parecchio altro.

Poi ho fatto la connessione ad internet, giusto per mandare e ricevere e mail.

Poi ho scoperto che con Google potevo colmare le abissali lacune (ah ah ah) del mio sapere.

E poi ho scoperto l'esistenza dei blogs.

Soprattutto dei blogs di cucina.

Un mondo sterminato di ricette.

E dai allora è cominciata la frenesia dei copia- incolla, l'apertura di cartelle tematiche e di pasticci a non finire.

Ore e ore a cercare nuove ricette, spesso arricchite di belle fotografie molto stuzzicanti, a sperimentarle.

Una volta mi hanno regalato una zucca a forma di fiasco col collo molto allungato e del peso di 8 kg.!!!!!!! e allora tac, pochi clic e mi sono lasciata sommergere da una quantità infinita di ricette da cui sono scaturire la mia marmellata speziata e il chutney piccante di zucca, appunto.

Ho scoperto cos'è lo Stilton, cos'è il ghe e l'assafetida ..........

Poi sono andata a cercare il significato di blog e quando è cominciata questa febbre collettiva che ha contagiato il mondo intero, compresa me povera tapina di 65 anni (ben portati, dicono).

Nel luglio 2007, aiutata da mia figlia Valentina, è nato il mio primo blog, che mi ha gasato parecchio.

Ho avuto così modo di raccontare per gli amici e per gli amici dei miei figli le mie scorribande per motivi di lavoro nel Medio Oriente.

E poi, esattamente il 15 gennaio, è nata la mia ultima passione sfrenata che si chiama " A tavola con Mammazan".

Ho accarezzato, e neanche tanto a lungo, quest'idea che mi ha catturato totalmente, avvolgendomi completamente e facendomi quasi scomparire tra i vapori profumati che uscivano dalle mie pentole.

Devo dire che, specialmente coloro che misono più vicini, hanno esultato per il mio nuovo blog di cui hanno beneficiato in continuazione e tangibilmente, fungendo da cavie per le mie preparazioni.

Devo dire anche che a volte, giusto per avere un parere, mando ai miei figli delle e mail con le foto delle ricette che sto per pubblicare.

Loro stanno lavorando, uno a Milano a l'altra vicino a Torino e, specialmente in certi momenti della mattinata, vicino all'ora di pranzo, sbavano vedendo le immagini, pensando magari al loro triste panino.

Ma il blog di cucina è, per me, molto impegnativo.

Non si tratta di scrivere solo quattro frasi in croce.

Sono dell'idea che quando si fa una cosa bisogna farla bene.

Oltre alla bella (per me) veste grafica curata da Valentina che mi ha anche insegnato come inserire bene le foto nel contesto, trascinandole quasi per le orecchie, e dai consigli e critiche sempre preziosi di Simone (indicazioni di tempi,delle difficoltà e costi delle preparazioni, incolonnamento dello scritto e parecchio altro ancora, c'è stato e molto "DIVERTENTE" il servizio fotografico delle vivande che andavo preparando.

Per inciso ci sono parecchi blog nudi e crudì, come dico io, senza neppure una foto e, come si sa , una foto è meglio di mille parole.

Foto e foto scattate (grazie piccola Canon di esistere!!) con luce solare o con lampadina dell'Ikea che facevo roteare sui piatti o piattini decorati con pizzettini per torte provenienti all'America e recuperati dai cassetti di mia madre e vecchi di almeno di 40 anni, ricerca di fondali con quello che avevo in casa da adattare come colore e dimensione.

Scaricare su PC raccogliere in cartelle , scegliere le immagini ed inserirle, controllare gli errori di battitura e strafalcioni vari.

E poi veder gli accessi ,il numero delle visite, (ho ricevuto anche nella mia posta elettrica richieste di consigli.......)



Questo è un pan brioche che ho prerato, agghindato, regalato alla mia migliore amica e...... ovviamente pubblicato.

La pagherò cara......

MI STO DIVERTENDO TROPPO!!!!!!!!










domenica 2 marzo 2008

Quella settimana ad Askabad

Il 2001 fu un anno molto importante ed intenso per me.

Febbraio, un mese a Baghdad.

Luglio, soluzione di problemi personali.

Agosto, una settimana ad Askabad.

Settembre, la caduta delle torri gemelle. Questo evento tragico per tutto il mondo per me significò, forse egoisticamente, lo sfumare delle speranze della riapertura degli scavi in Iraq e probabilmente di una mia eventuale collaborazione.

In questo post, desidero però parlare del viaggio in Turkmenistan, proposto in modo inatteso e che rappresenta un gradito ricordo.

Infatti all'inizio di agosto fui convocata in Dipartimento dal Direttore scientifico della missione in Turkmenistan e precisamente a Nisa vecchia.

Documentandomi inseguito, da quella grande ignorante qual sono, scoprii che Nisa è un importantissimo sito archeologico.

Mi sembra veramente riduttivo parlare del Prof. Invernizzi come direttore scientifico degli scavi a Nisa e, per trovare una formula soddisfacente circa i suoi titoli accademici sono andata a cercarli su Google e lì sono rimasta esterrefatta anche dal numero di pubblicazioni prodotte durante la sua carriera.

Chi avesse voglia di approfondire faccia come ho fatto io.

Mi propose, quindi, di andare colà a fotografare una testa in terra cruda, se non capii male, raffigurante Mitridate e conservata nel museo della città.

Era stata fotografata altre 2 volte, ma il risultato non lo aveva soddisfatto e dovendo, credo, pubblicare i lavori della missione , aveva bisogno di foto belle.

Il Professor Invernizzi, devo dire è molto esigente e quindi.....

Io non sapevo neanche dove si trovasse questo Turmenistan, (ignorante, vero?) ma andai a controllare subito sull'atlante e pensai: "Capperi, è lontanuccio!"

La seconda cosa che feci fu precipitarmi in cantina per misurare la lunghezza delle aste porta lampade, onde acquistare un borsone che potesse contenere tutta la mia attrezzatura.

Decatlon mi aiutò a risolvere il problema.

Dovetti portare anche un trolley che conteneva tutte e due le macchine fotografiche.

La digitale non compariva ancora sui miei orizzonti.

Mi ricordo che partii da sola il 23 di agosto, con armi e bagagli con cambio aereo a Francoforte, sosta nella notte di un'ora a Baku che si affaccia, se non ricordo male sul Mar Nero.

Finalmente arrivai a destinazione verso le 11 di sera, ma la conclusione del mio viaggio fu complicata da un impiegato inefficiente che impiegò una vita per il controllo dei passaporti.

Ad attendermi pazientemente c'erano Alessandra e Vito, due eroici membri della missione.

Riuscii ad andare a letto, nei locali adibiti agli alloggiamenti della missione, dopo un viaggio di quasi mezz'ora, verso le 3 del mattino, ma alle 7 ero di nuovo in piedi.

Bisognava andare al museo, presso il quale era custodita la testa che dovette essere prelevata dalla sala in cui era esposta. Non oso nemmeno immaginare quali difficoltà burocratiche il direttore della Missione dovette superare per ottenere il permesso per le riprese.

Ricordo ancora che piazzai le mie lampade e tutto il resto, ma una lampada bastarda non ne voleva sapere di accendersi. Per fortuna un elettricista intervenuto prontamente, risolse il problema.

Poi finalmente arrivò Lei, bellissima , anche se purtroppo mancava una parte del volto, la destra se non vado errata.

Mi ricordo che fu un bellissimo lavoro, a me piace fotografare oggetti, e quel reperto era veramente eccezionale, anche perché gli scavi erano stati avari di ritrovamenti interessanti.

Ma la cosa che mi piacque di più fu rappresentata dal fatto che nel mio lavoro fui affiancata da Vito , giovane archeologo, gentile ed adorabile, che mi aiutò nell'illuminazione del reperto.

Io so come illuminare una testa, ho fotografato infatti centinaia di ritratti in marmo che mio marito doveva restaurare, prima , a volte durante e dopo il restauro,

Ma l'avere accanto un archeologo che sapeva esattamente quali dettagli dovevano emergere con la luce, in quanto conosceva a fondo l'oggetto e che io non potevo cogliere, fu per me una cosa veramente preziosa.
Infatti quando il Prof. Invernizzi vide le diapositive che erano di 6x 7 cm. quindi molto grandi, guardandole velocemente controluce disse subito che andavano bene.

Un mese dopo il libro relativo gli scavi era già in pubblicazione.

Fotografai anche altri oggetti e, come al solito, lottando contro il tempo perché l'orario di chiusura del Museo si avvicinava, ma la cosa più importante era stata ripresa.

Desidero parlare dell'alloggiamento della missione che ai partecipanti, quell'anno sembrava particolarmente confortevole, non oso pensare come fosse prima.

I missionari erano ospitati nei locali di una scuola elementare chiusa per le vacanze estive distante da Askabad una mezz'ora di macchina.

I banchi erano stati tutti radunati in una stanza e le aule erano state attrezzate a camere da letto, alcune munite di quelle zanzariere pendenti dal soffitto acquistate da Ikea.

Le zanzare non me le ricordo ma il caldo sì.

La stanza adibita a zona giorno/ sala da pranzo era dotata di un lungo tavolo coperto da un'incerata che Claudio, l'architetto puliva religiosamente con del disinfettante o sgrassatore .

C'erano delle bottiglie di acqua minerale, ma quell'anno andavano di lusso perchè gli anni prima non c'era neanche quella.

Un grosso boccione conteneva dell'altra acqua in cui una donna che fungeva da cuoca, versava alcune gocce di Amuchina.

Non ricordo bene cosa preparò da mangiare in quei due giorni che rimasi lì, ma ricordo che preparò della pasta fatta in casa che Claudio chiamò "straccetti".

Sembra anche, ma lo avevo proprio rimosso, che io preparai del sugo, scottando dei pomodori in acqua bollente onde ottenere una sorta di pelati, e con una cipolla e un po' d'olio preparai questo semplice condimento di cui Claudio conservò il ricordo e per cui, a distanza di anni, mi ha ringraziato.

I servizi igienici erano veramente" singolari "e collocati all'esterno della scuola.

La doccia era stata allestita con un telo verde fissato ad una struttura tubolare e mi pare che ci fosse una specie di contenitore che faceva arrivare l'acqua a temperatura "solare" per il lavaggio e il risciacquo.

So di usare dei termini impropri ma penso di essere precisa nel ricordare il gabbiotto in muratura che fungeva da gabinetto vero e proprio dotato di porta, vorrei ben vedere, e di un foro centrale e fin qui ,diciamo così, tutto bene ma è rimasto indelebile l'odore terribile che vi regnava e costringeva a visite velocissime.
Bisognare e soprattutto uscire in apnea.

La missione era in regime di economia per cui i partecipanti, eroici, dovettero adattarsi a situazioni per nulla confortevoli.
So però che ora le sistemazioni sono più confortevoli.

Stavo quasi dimenticare che la missione oltre dagli archeologi e dall'architetto era affiancata da un traduttore perché gli operai parlavano il russo.

La domenica ci trasferimmo nella capitale perché la scuola doveva essere liberata per la ripresa delle lezioni.

E ad Askabad la sistemazione fu da sogno.

Albergo almeno a 4 stelle gestito da italiani. cucina da sogno.
Buffet per la colazione da far venire i lucciconi
Piscina.
Salone
Bar fornitissimo che la sera veniva animato da piriformi uomini d'affari e da leggiadre fanciulle con la missione di rendere più sopportabile la loro triste condizione di poveri ricchi.

Non girai molto anche perché il passaporto era stato trattenuto dalla polizia per pratiche varie.

Il mitico mercato di oggetti interessanti era troppo lontano e poi ci erano già stati tutti (sembra quasi la storia di Petra) per cui mi limitai a prendere d'assalto la boutique dell'albergo ed accodarmi a Claudio, il nostro architetto, che cercava dei tappeti.

Comprai delle borsette ricamate, 2 tappetini da appendere, piccoli e deliziosi dal punto fittissimo e che non ho ancora utilizzato, e poco altro.

Comprai anche 3 vasetti di pregiato caviale.

Due furono regalati ma non mi fu possibile assaggiare il terzo, ma la storia è troppo lunga.
Fui fortunata con la dogana per il caviale che non mi fu confiscato neppure in parte.
Mi hanno detto che l'astuzia ricorrente era rappresentata dal nascondere i vasetti nelle scarpe.
I doganieri lo sapevano già e quindi andavano a colpo sicuro.
La mia amica Robertina fu fortunata.
Se non ricordo male in quell'occasione misero le mani nella scarpa vuota.

La settimana volò in fretta e con la valigia ahimè non stracolma di regali, come di solito mi succedeva, ritornammo tutti a casa.

Ma quella settimana ad Askabad la ricordo ancora!

venerdì 22 febbraio 2008

Oggi è giorno di mercato


Lo sò già.
Fra un pò, ora è ancora molto presto, andrò a vestirmi e , a meno che non ci sia la bufera o nevichi, uscirò.

E andrò al mercato.

In famiglia conoscono la mia debolezza e sanno che le mie gambe, dotate di volontà propria, si dirigeranno verso le bancherelle allestite nel centro del paese.

Non è un granchè di mercato ma c'è una bancherella, l'unica, che mi attira.

E' una bancherella che fa i " bolcchi".
Per i non addetti ai lavori può essere un termine oscuro, ma per me rappresenta un grande valore "magico".

Vuol dire che i venditori sono andati per negozi che chiudono e hanno ceduto loro le rimanenze per pochi euro, ma che loro rivendono per poco ma..... bene.

Vuol dire che sono andati alle aste fallimentari e allora si possono vedere in esposizione , pellicce e altri capi d'abbigliamento.

Infatti 2 anni fa ho acquistato la pelliccia, assolutamente favolosa, che ho indossato per la laurea di mio figlio e tante altre cose.

Attualmente, in un angolo della bancherella c'è un blocco di rimanenze di una merceria ( ho già acquistato metri e metri di passamaneria e per pochi euro ho portato a casa sacchetti di prezioso materiale), per dar sfogo all'ultima mia passioncella: la confezione di sottopiatti a tema.

Che poi regalo.

C'è stato il momento dei sottopiatti a forma di abete confezionati con stoffa trasparente e decorata con stelline dorate (sempre acquistata al mercato) fatti per Natale, dei sottopiatti a forma di cuore per S. Valentino, regalati ai mei figli, e sono in "gestazione" quelli a forma di uovo per Pasqua.

Ma quando il mercato del mio paese non mi basta più, per sfrenarmi vado a Pinerolo e lì ogni tanto c'è il colpaccio.

Oltre a due borsette della Roncato, ultimamente, fra le altre cose e trattando sul prezzo, con riduzione del 30%, ho acquistato per 20 euro la bellissima borsetta della Cocinelle che vi faccio ammirare.

Cosa volete , nella mia collezione di borse, mancava proprio quel colore!




Quando voglio andare in trasferta vado a Torino e allora il mercato della Crocetta è tutto mio se trovo parcheggio, ma lo trovo, come pure il mercato di S. Rita o quello di Corso Palestro, quello vicino a Via Cernaia, insomma.

Ho iniziato a queste delizie, che invogliano a buttare all'aria i banchi alla ricerca di cose inaspettate, mia figlia e ho trovato un alter ego, sfrenato come me, nella ragazza di mia figlio, che ha un piglio notevole nel cercare e trovare, con mano sicura e frutto di lunga consuetudine ed esperienza , le cose più interessanti.

E allora chi mai ci potrà fermare?


sabato 16 febbraio 2008

Petra, quanto mi manchi-parte terza bis

Robertina, la mia archeologa, é una giovane donna di delicata bellezza.
Non è una di quelle ragazze che ti colpiscono per le forme, peraltro armoniose, o per l'abbigliamento eccentrico.
Bel volto ovale, impreziosito da due fossette che appaiono quando ride, incorniciato da due bande di capelli neri e lisci, bel sorriso, grandi occhi, bel portamento.

E' divertente e sa raccontare le cose in modo spiritoso con espressioni che ti fanno rotolare dalle risate ma...... quando si lavora diventa molto rigorosa, precisa, molto seria.

Bando alle ciance, insomma non si ride più .

Il nostro lavoro si svolgeva in tandem. Facevo qualche decina di foto, poi si scaricava la digitale per consentirle di fare le schede, con descrizione dell'oggetto, misurazione dello stesso e osservazioni varie.

Il brutto era quando doveva schedare le monete: oltre alla descrizione, quando erano leggibili, doveva prendere le misure e "pesarle".
Però io ogni tanto facevo dei pasticci con quelle stramaledette monete.
Capitò l'ultimo giorno in cui lavorammo al magazzino.

All'ultimo il direttore, persona capace e molto intelligente, tirò fuori, probablimente dalla cassaforte, un sacchettino di plastica contenente 59 monete d'oro, parecchi orecchini, sempre d'oro, e minuscoli gioiellini uno più bello dell'altro e, per velocità, pesò il sacchetto, per cautela, non si sa mai!

Non solo, volle che Robertina ed io andassimo a fotografare e schedare i reperti nel suo ufficio.

Insomma quegli oggetti non dovevano uscire dalla sua stanza.

Gli orecchini erano di una bellezza travolgente, gli anellini erano decorati da cornaline con delicate incisioni.
Spero di non usare termini impropri nella descrizione dei materiali.

Fin quando si trattò di fotografare i gioiellini andò tutto bene: man mano che li riprendevo li disponevo con la sequenza giusta sul tavolo dove Robertina lavorava, stando attenta a non fare pasticci anche perchè alcuni di loro erano simili.
Quando cominciai la ripresa delle monete cominciarono i guai.
Le monete non avevano teste e scritte ma solo scritte per cui dovetti inventarmi un metodo per non fotograre due volte la stessa faccia.

Ovviamente le scritte erano in arabo.

Purtoppo feci qualche pasticcio per cui non solo dovetti rifotografarle ma anche Robertina dovette rifare il suo lavoro di schedatura.

Non mi prese a male parole, che onestamete avrei meritato, ma i suoi occhi lampeggiaro in modo eloquente e gli accenti con cui si rivolse a me furono piuttosto vibrati.

A parte questo episodio andammo sempre d'accordo.

Si lavorava a ritmo serrato non solo nei locali destinati allo studio e alla riprese , ma arrivammo a lavorare anche in albergo per tre giorni di fila, supportate validamente dal nostro restauratore, Enrico.

C'era non so quale festività per cui gli edifici pubblici rimasero chiusi.

Il direttore che, come questo episodio mette in evidenza, era una persona intelligente, ci permise di portare fuori dai locali deputati alla conservazione , monete, sigilli ecc. onde consentirci di poter lavorare , visto che , come al solito i tempi erano stretti ed io volevo, oltre al resto, rifotografare le monete in bronzo riprese in modo poco soddisfacente all'inzio.

Staccavamo solo per mangiare e per fumare, io, qualche sigaretta.

Desidero parlare un poco di Enrico, ottimo restauratore della Soprintendenza Archeologica di Torino. Egli doveva partecipare, in sostituzione di una restauratrice, alla missione in Iraq nel 1972, ma a causa dei suoi doveri di leva fu sostituito da colui che in seguito diventò mio marito.
Provenivano tutti e due dallo stesso Istituto d'Arte di Faenza, presso cui si erano specializzati in restauro, ma mentre mio marito preferì la libera professione, Enrico fu "fagocitato" dal Centro Scavi e Ricerche per cui ha lavorato fino a non moltissimo tempo fà, sempre che le mie informazioni siano esatte.

Bravissimo nella sua professione, adattabile ad ogni situazione, sapeva mimetizzarsi tra gli arabi, grazie al suo aspetto: non altissimo, baffetti e, soprattutto buona conoscenza della lingua araba che, credetemi, è veramente una enorme risorsa.

E fu così che, durante i nostri dopocena, aggiunse notiziole interessanti a ciò che riguardava le missioni che mi ero perduta, perchè "tenevo" famiglia e con due bimbi piccoli non mi era certo possibile andare a lavorare all'estero.
Ci raccontò, oltre a numerosi altri episodi, di quando caddero i missili nel giardino accanto alla residenza della missione(sembra quasi il titolo del film omonimo) probabilmente durante la guerra del Golfo.
Si recò a Bagdad anche durante la guerra iniziata, come noto, nel 2003 per riorganizzare il laboratorio di restauro, viaggiando con il giubbotto antiprioiettile, rischiando la vita in pù di una occasione.
Mal di Oriente? Amore per il suo lavoro? Un pizzico e non tanto piccolo di incoscenza?
Forse tutto questo!

Con Robertina ogni tanto, dopo il lavoro, andavamo a fare shopping.
Amman era divisa in "cerchi" penso fossero zone, a mia vergogna non ho mai approfondito pensando che fossero enormi rotonde. La cosa che mi colpì molto fu salire in un taxi.

Ero abituata a quei taxi sfasciati di Bagdad, in cui la tappezzeria era solo un ricordo, le molle si infilzavano quasi nel sedere e, per aprire le portiere, spesso, non si capiva dove mettere le mani perchè mancava il rivestimento delle stesse e tutte le leve e molle erano a vista.

I taxi di Amman erano macchine "nuove", ben tenite, pulite e.. avevano il TASSAMETRO!

Robertina mi accompagnava nelle mie scorribande, stoicamente pochè essendo stata ad Amman solo 3 settimane prima aveva già "dato" con gli acquisti.
Comunque grazie a lei scoprii tanti negozietti interessanti presso cui trovai delle cosine graziose.
NON POTEVO TORNARE A CASA SENZA REGALI.

Mi avrebbero lapidata!

Finalmente il venerdì, due giorni prima della partenza riuscimmo ad organizzare una gitarella fuori "porta".
Anche questa volta Petra non potè essere considerata perchè, gli altri partecipanti alla missione, avendo avuto diversi giorni liberi, causati dalle festività locali, erano andati credo dappertutto, Petra compresa.

Comunque Robertina, Buteina, che era la direttrice del restauro di Bagdad e aveva
accompagnato i restauratori di cui ho parlato all'inzio, ed io passammo una bellissima giornata andando a visitare il Monte Mataba, ci recammo sulle rive del Giordano al di là delle quali vidi sventolare la bandiera israeliana e, immediatamente sul mio cellulare apparve il segnale del loro ripetitore. e provammo "l'emozione" di affondare i piedi nella spiaggia del Mar Morto.



Robertina non riuscì a trattenersi dall'andare a pucciare le sue zampette nell'acqua e spalmarsi i famosi fanghi fino alle ginocchia.

Come si può vedere in questa foto gli abitanti in gita preparano gli spiedini sulle fornacelle direttamente in spiaggia.


Ovviamente a noi arrivava solo il fumo!!

Al ritorno il nostro autista e Buteina, un donnone che era sicuramente il doppio di noi, rosi dalla fame, ci pilotarono verso un ristorantino, deserto nel pomeriggio inoltrato, dove ci servirono mezzo pollo a testa da mangiare rigorosamente con le mani.

Noi due ne mangiammo un pò mentre gli altri due, finito di sbranare le loro porzioni, si ripassarono i nostri avanzi.

Scriverei ancora per delle ore, mi sembra chiaro che sono una grande chiacchierona, ma i ricordi che qui non ho citato rimangono nel mio cuore e in quello della mia amica.

Finalmente partimmo, io a dire il vero ci sarei rimasta ancora un pò anche solo per andare in giro per siti e negozi, e poi la vita "normale" ci attendeva, non ultima l'emozione, credo condivisa da molti di perdere il bagaglio, fortunatamente poi recuperato dopo 15 giorni, a Caselle.

Ora sono qui a scrivere i miei ricordi che per fortuna sono belli come molto bello è pure il ricordo della "mia archologa" a cui questa ultima puntata è dedicata!!


Piccolo post scriptum: nella foto di gruppo io sono a sinistra, Buteina in centro e Robertina a destra.















martedì 12 febbraio 2008

Petra,quanto mi manchi -parte terza-

Inizio febbraio 2005.
Per caso ero a Torino e stavo per rientrare a Luserna, ove abito, quando mi arriva una telefonata dal Centro Scavi.
Benedetto cellulare!!!!
Sfreccio come una scheggia fino all'altro capo della città, dove si trovava all'epoca il Centro Scavi, e qui ho un abboccamento con i responsabili della già avviata missione in Giordania che mi chiedono se sono interessata ad andare ad Amman per due settimane per fare riprese di materiale sequestrato al confine Iraqueno-Giordano.

Carponi ci sarei andata anche aggrappata al carrello dell'aereo: mi piace viaggiare, muovermi, anche per andare a lavorare, anche per fare dei tour de force.

Esattamente 8 giorni dopo ero sull'aereo in compagnia di Robertina, la mia "archeologa" con cui avrei dovuto lavorare e che avrebbe dovuto sopportarmi.

Ad Amman erano in corso due distinti progetti.

Il primo riguardava la formazione professionale di giovani restauratori in forza presso il gabinetto di restauro della Soprintenza iraquena, con la loro direttrice, ospitati ad Amman per ragioni di sicurezza, mentre il secondo consisteva nel fotografare, schedare e studiare dei reperti confiscati al confine con l'Iraq. Un Jordan B.R.I.L.A. insomma.

Dall'Italia erano arrivati esperti con l'incarico di curare la formazione di questi giovani a cui, credo, non sembrava vero l'essere ospitati in un contesto diverso da quello in cui, quotidianamente, erano costretti a vivere.

Le lezioni, pratiche e teoriche, erano tenute da restauratori provenienti da Roma e da Torino e supportate da interpreti in lingua araba.

Per quanto riguarda i reperti confiscati, una parte della documentazione fotografica era già stata eseguita, in digitale e in luce ambiente, mentre, per la pubblicazione c'era il bisogno di foto più professionali.
Ecco il motivo per cui mi trovavo ad Amman.

Ogni mattina ci recavamo presso un complesso di edifici che comprendevano sia i locali adibiti
a gabinetto di restauro e studio del materiale confiscato, sia i magazzini in cui erano conservati reperti archeologici di ogni genere genere, mirabilmente conservati.
Non posso dire di più in quanto non ho potuto vedere altro che non fosse inerente a ciò che dovevo fotografare.

Mi attendeva una grossa quantità di menete, circa 350, oltre a terrecotte , vetri, tavolette cuneiformi, da fotografare una per una, dritto e verso, e devo dire che l'inizio non fu dei più brillanti.
Avevo perso la mano a fotografare le monete, e la mia digitale aveva delle limitazioni in quanto non mi permetteva di avvicinarmi a più di 10 cm. Riuscii a fotografarle con varie prove, ma il risultato , anche a distanza di tempo non mi soddisfa ancora, anche se fu accettabile.

Mi ricordo che faceva un freddo terribile e non mancò nulla dal punto di vista metereologico.
Pioggia, vento e neve ci deliziarono per alcune mattine e, anche se cercavamo di scaldarci con alcune stufette, io lavoravo col cappotto.
Per fortuna, dopo qualche giorno mi trasferii con la mia attrezzatura nei locali dove avveniva lo studio dei reperti e la vista di lunghissimi termosifoni mi illuminò e rincuorò.

Sistemato il piano d'appoggio, il fondale, di solito azzurro, e le luci , mi accinsi a fotografare gli oggetti più interessanti che avessi mai visto, Vetri decorati, diversi da quelli che avevo fotografato a decine durante le missioni a Bagdad, caraffe ornate da incisioni recanti croci e figure di santi e sagomate in modo che ogni lato avesse una decorazione, una effigie diversa. Terrecotte che fotografai di fronte, lato destro, sinistro, retro e particolari del volto, quando mi sembrava che ne valesse la pena.
Mi sfrenai, insomma.
Se quelle figure avessero potuto respirare avrei fotografato anche le nuvolette di fumo uscite dalla bocca, senza contare il fatto che ero e sono convinta che l'archeologo , non potendo, in seguito, avere l'oggetto sottomano avrebbe pototo ricorrere alla focumentazione fotografica.
Ma...... con la schedatura computerizzata il lavoro risultava più lungo e complesso.
Mi capitò anche un incidente di percorso, infatti un pinax, cioè una piccola tavoletta votiva, fortunatamente una copia, cadde per terra mentre la fotografavo.
Fu prontamente restaurata e, comunque, il direttore del magazzino ne fu informato.

Ci recavamo al lavoro al mattino verso le 9 e rimanevamo fino alle 15, mi pare, grazie alla gentile concessione del direttore stesso che ci permetteva di lavorare oltre al normale orario d'ufficio.
Per quanto riguarda il pranzo ci portavamo dello yogurt e della marmellata Hero che avevo trovato nel supermercato dietro all'albergo. Poi qualcuno di noi andava ad acquistare delle deliziose focacce che tagliavamo a spicchi e il tutto spariva in un baleno.
Come diceva Robertina, con quel tipo di pranzo non sarebbe stato difficile dimagrire.

Finito il lavoro, spesso, prima di tornare in albergo facevamo delle puntate presso i negozi che ci erano stati suggeriti da un'altra archeologa che ad Amman ci viveva e che ci forniva indicazioni, mappe e tutte le delucidazioni necessarie, quando non poteva accompagnarci di persona (grazie ancora, Ali ( che sta per Alessandra).
Amman, che è a 900 metri, e questo poteva far comprendere perchè, pur essendo in paese mediorientale facesse così freddo, non mi piaceva molto probabilmente perchè non la conoscevo.

Non mi piaceva perchè forse non c'erano i suq?
Negozietti carini e cari ce ne erano però, ed io riuscii comunque a portare a casa parecchie cose interessanti per la gioia di parenti ed amici. Qui sotto ce n'è un esempio.
Avrei voluto comprare tutto anche perchè era talmente ben struttarato e tutto era cosi ben esposto che invitava allo shopping più sfrenato!!

L'albergo era veramente confortevole.
Ognuno di noi aveva a disposizione una suite e, gioia delle gioie, un televisore che trasmetteva Rai 3. La domenica però era una rottura in quanto quell'unico canale trasmette una marea di sport,ma
avevamo però la consolazione di sapere cosa accadeva in Italia e anche all'estero e, giusto il 14 febbraio, seppi dell'uccsione di Rafik Ariri, l'inizio dei guai per il Libano.
Mammazan cucinava anche lì per sè, per Robertina e per Enrico, il nostro resturatore. Ci riunivamo tutti da me: una pasta c'era sempre , della verdura anche e tutto quello che il supermercato dietro all'albergo poteva offrire.
Ad onor del vero Robertina si offriva di lavare sempre i piatti.

Devo descrivervi la "mia Archeologa".
Ma lo farò la prossima volta.









giovedì 7 febbraio 2008

Gianni Vattimo

Vi è mai capitato di associare un colore , un profumo, una persona ad un evento gradevole o meno?
A me è capitato poco fa.
Girellando tra le reti televisive , quasi per la disperazione , mi sono sintonizzata su La 7, che è tra i canali che preferisco, e chi ti vedo?
Oltre al gradevolissimo Alain Elkan c'era anche il professor Gianno Vattimo anche lui molto attrente, forse qualche anno più di me ma moooooolto ben portati.
Ebbene io l'ho conosciuto di persona ed ora dirò come.
Era il lontano 1967 e, finalmente, dopo 5 anni di attesa mi accingevo a fare il concorso per essere qualificata tecnico fotografo. Fino ad allora avevo comunque svolto quelle mansioni con la qualifica di bidella in quanto il posto non c'era e, finalmente, dopo tanto tempo il mio direttore riuscì ad indire il concorso in modo da regolarizzare la mia situazione.
Allora la sede dell'Istituto di Archeologia e di Filosofia era situata in Via Po 18 e ricordo ancora il professor Guzzo, titolare della cattedra di Filosofia. Era un ometto piriforme, molto curato ed elegante, ma, soprattutto, ricordo quella volta che io, ventenne, volli cedergli il passo per farlo entrare per primo in bibloteca in segno di rispetto.
Egli si fece di lato e, facendomi passare, mi disse:" Signorina, io sono nato il secolo scorso".
Non era solo galanteria era buona educazione e rispetto per le donne .
Allora Gianno Vattimo, che conoscevo poco, era l'assistente del Prof. Guzzo e lo ricordo ancora mentre mi salutava sorridente, gentilissimo, biondo, elegante e bellissimo sulle scale che portavano al mio gabinetto fotografico. Faceva parte della commissione che doveva presiedere al mio concorso.
Ebbene quando sento il suo nome lo ricordo così.